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Il Grande Inquisitore
“Il Grande Inquisitore”, dai “Fratelli Karamazov” di Dostoevskij. Spettacolo tenuto a Monza e a Carnate (MI), scritto e diretto da Alessandro Pazzi, interpretato da Alessandro Pazzi e da Paolo Marchiori. Riprese effettuate a Monza il 4 ottobre 2008.
Prima parte
Seconda parte
Alcune pagine dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij sono dedicate a tratteggiare un episodio di estrema e intensa emotività: quello del “Grande Inquisitore”. L’episodio, una sorta di parabola evangelica, è per Dostoevskij un importante nodo ideologico: non a caso è il personaggio di Ivan – uno dei fratelli – a raccontare questa leggenda come frutto di un suo componimento giovanile. Un atto d’accusa contro Cristo, che si risolve – come il fratello più piccolo Alioscia, gli fa notare – in una potente esaltazione della figura di Cristo. Nell’apologo si immagina che Cristo – nella Spagna della Santa Inquisizione – torni fra gli uomini e dia segni di sé operando miracoli. Dopo averlo imprigionato con l’intenzione di condannarlo a morte, il Grande Inquisitore lo interroga con lucido e spietato vigore. Cristo è condannato una seconda volta: l’Inquisitore gli imputa la grave colpa di aver risvegliato nell’uomo la coscienza e il libero arbitrio. Chiamato a difendersi, in risposta alla concitata accusa, Cristo regala il suo implacabile silenzio e compie un solo gesto risolutore: bacia sulle labbra il Grande Inquisitore. Il bacio del padre al figlio, il più grande gesto d’amore dell’amante all’amato. Cristo infonde nell’uomo la quintessenza dell’amore, suggerendogli l’unica soluzione possibile: amare il prossimo. Il Grande Inquisitore, attonito, lo lascia andare ma lo ammonisce di non tornare mai più.
Per questa messinscena non c’è un tempo definito e nemmeno un luogo (si è voluta togliere infatti la contestualizzazione in Spagna all’epoca dell’Inquisizione). C’è il passato, c’è il presente, c’è il futuro. L’uomo che rappresenta l’autorità interroga Dio, rivendicando che l’essere umano, proprio perché mortale, non ha bisogno della libertà, quanto piuttosto della protezione e dell’autorità. L’uomo crede al pane, non al pane celeste ma a quello di cui necessita quotidianamente per sfamarsi.
In scena due attori armati dell’urgenza di raccontare le parole così attuali del grande scrittore russo: il Grande Inquisitore e Gesù. Quest’ultimo fa da contraltare all’interrogatorio incalzante con la propria enigmatica presenza muta supportata dal suono pulito e dolce di una chitarra.
Nadia e Felice