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Il Simposio di Platone
Il “Simposio” è il dialogo in cui Platone affronta il grande tema dell’amore. Fu composto nel IV secolo a.C., ma, pensando all’universalità senza tempo dell’argomento trattato, potrebbe essere stato scritto anche ieri. Si rivolge idealmente alle nuove generazioni, cercando di dare risposta a un eterno quesito filosofico: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”
L’Eros è un demone che infiamma i cuori degli uomini e li spinge non solo a cercare i loro simili, ma addirittura a tendere verso il Bene soprasensibile, l’Assoluto, la Creatura che li ha generati.
A noi che oggi abbiamo ridotto l’eros a merce e scambio, il grande filosofo insegna che attraverso la bellezza dei corpi, grazie all’armonia delle forme, cercando il bello e il buono che ci accomuna, possiamo passare da creature a creatori, divenendo immortali.
Nell’arduo tentativo di portare in scena questo dialogo, si è cercato di estremizzare il gioco di maschere che rappresentano simbolicamente i vari commensali-oratori; questa idea, già presente nel testo originale, ben si sposa con l’espressività richiesta dal media teatrale.
In scena ci sono due attori, un uomo e un ragazzo, emblema dell’amato e dell’amante che sembrano usciti da un quadro di Caravaggio; si scambiano i ruoli in un gioco di specchi, di rimandi, di citazioni. All’inizio dell’azione teatrale li vediamo collocati in un vero simposio, quasi una reminescenza dell’ultima cena cristiana: qui, attraverso il gioco scenico, si spiegano – e ci spiegano – che cosa è l’amore, questo motore unico del mondo. E alla fine della sfilata di maschere, in un’agnizione mistica degna di Dostoevskij, comprendono – e ci fanno comprendere – che solo la bellezza potrà salvare questo nostro mondo malato.
luca ghelfi (Modena)