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Presentazioni delle mie realizzazioni teatrali
- “L’amore di Fedra” di Sarah Kane
Spettacolo tenuto il 9 dicembre 2009 presso l’associazione culturale La Scighera di Milano.
Regia di Milvia Marigliano, con Milvia Marigliano, Alessandro Pazzi, Désirée Giorgetti, Roberto Azzurro, Tommaso Spinelli.
“L’amore di Fedra” di Sarah Kane è la storia disperata di un amore impossibile e si dipana tra guerre, ipocrisie, potere e religione.
La scrittura della Kane è concreta, ritmica, violenta. Come quella di Seneca, di cui si è nutrita; si esprime a lampi, folgorazioni improvvise, è pop.
Sintetica ma pregna, la tragedia di Fedra nelle parole di Sarah Kane è fiato, sussulto, orgasmo.
Non c’è tempo, è lì.
Il tavolo di lettura dove gli attori agiscono, prende corpo, diventa allo stesso tempo protezione e gabbia.
Stabiliti i ruoli si aprono i tormenti. Si improvvisa, si prova.
E perché allora non mischiarsi, confondersi con i personaggi?
Fedra, Ippolito, Strofe fanno dell’esasperazione e disperazione l’eccesso della loro vita.
Non succede forse così da sempre quando donne e uomini vengono traditi dalle volgari miserie che li circondano? E’ allora che il mito comincia il suo percorso: nella ricerca di quel precario equilibrio di “normalità”, nella fatica del vivere quotidiano nella nostra disperata contemporaneità. - “Il Simposio di Platone”
Spettacolo tenuto il 24 ottobre 2009 presso la Parrocchia Sacro Cuore di MonzaIl “Simposio” è il dialogo in cui Platone affronta il grande tema dell’amore. Fu composto nel IV secolo a.C., ma, pensando all’universalità senza tempo dell’argomento trattato, potrebbe essere stato scritto anche ieri. Si rivolge idealmente alle nuove generazioni, cercando di dare risposta a un eterno quesito filosofico: “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”
L’Eros è un demone che infiamma i cuori degli uomini e li spinge non solo a cercare i loro simili, ma addirittura a tendere verso il Bene soprasensibile, l’Assoluto, la Creatura che li ha generati.
A noi che oggi abbiamo ridotto l’eros a merce e scambio, il grande filosofo insegna che attraverso la bellezza dei corpi, grazie all’armonia delle forme, cercando il bello e il buono che ci accomuna, possiamo passare da creature a creatori, divenendo immortali.Nell’arduo tentativo di portare in scena questo dialogo, si è cercato di estremizzare il gioco di maschere che rappresentano simbolicamente i vari commensali-oratori; questa idea, già presente nel testo originale, ben si sposa con l’espressività richiesta dal media teatrale.
In scena ci sono due attori, un uomo e un ragazzo, emblema dell’amato e dell’amante che sembrano usciti da un quadro di Caravaggio; si scambiano i ruoli in un gioco di specchi, di rimandi, di citazioni. All’inizio dell’azione teatrale li vediamo collocati in un vero simposio, quasi una reminescenza dell’ultima cena cristiana: qui, attraverso il gioco scenico, si spiegano – e ci spiegano – che cosa è l’amore, questo motore unico del mondo. E alla fine della sfilata di maschere, in un’agnizione mistica degna di Dostoevskij, comprendono – e ci fanno comprendere – che solo la bellezza potrà salvare questo nostro mondo malato. - “Cantico dei Vangeli” di Alda Merini
Lettura tenuta l'11 aprile 2008 a Villasanta (MI) - “Solo i tuoi occhi potevano guardarmi”
Monologo sulla “Giornata della Memoria” da me scritto e recitatoLo spettacolo, un monologo, è stato scritto appositamente per la giornata della memoria.
Tre lettere, tre storie intrecciate, tre personaggi, tre fotografie della storia. Per ricordare, e capire quanto successo. Ho immaginato tre personaggi che in epoche diverse scrivono una lettera, dando voce al bisogno di comunicare la loro verità.Il primo personaggio è un giovane ebreo, Machol, che alla vigilia delle leggi razziali scrive alla fidanzata. Vuole diventare scrittore ed è stato assunto da un piccolo giornale come redattore: è pieno di buoni propositi e adesso che ha trovato lavoro, vuole sposare la sua fidanzata al più presto.
Il secondo personaggio è il giovane Hitler che nel 1920 alla vigilia del suo primo discorso al partito, scrive un’ipotetica lettera all’adorata madre, morta anni prima. Vuole spiegarle il suo piano per diventare dittatore e la sua rivincita sul fallimento degli anni precedenti.
Il terzo personaggio è un'anziana signora che ai giorni nostri scrive una lettera alla nipote. L’anziana donna è Esther, quella che avrebbe dovuto essere la moglie di Machol. Le leggi razziali hanno spedito lei e Machol in due campi di concentramento diversi; lui è morto quasi subito, lei è riuscita a salvarsi grazie a un capo delle S.S. che innamoratosi di lei, l’ha fatta fuggire. La donna racconta alla nipote che è riuscita a far pubblicare il racconto che Machol aveva scritto prima di morire, lasciandolo senza titolo. Lei lo ha intitolato :“Solo i tuoi occhi potevano guardarmi”, perchè era l’aria del Sigfrido di Wagner che si dilettava a cantare per lui.
Tutti i personaggi sono interpretati da un unico attore che evoca questi ricordi, come se fossero, fotografie, dettagli, frammenti di una storia che appartiene a tutti noi.
- “Il Grande Inquisitore”, dai “Fratelli Karamazov” di Dostoevskij
Spettacolo tenuto a Monza e a Carnate, scritto e diretto da me, interpretato da me e da Paolo MarchioriAlcune pagine dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij sono dedicate a tratteggiare un episodio di estrema e intensa emotività: quello del “Grande Inquisitore”. L’episodio, una sorta di parabola evangelica, è per Dostoevskij un importante nodo ideologico: non a caso è il personaggio di Ivan – uno dei fratelli – a raccontare questa leggenda come frutto di un suo componimento giovanile. Un atto d’accusa contro Cristo, che si risolve – come il fratello più piccolo Alioscia, gli fa notare – in una potente esaltazione della figura di Cristo. Nell’apologo si immagina che Cristo – nella Spagna della Santa Inquisizione – torni fra gli uomini e dia segni di sé operando miracoli. Dopo averlo imprigionato con l’intenzione di condannarlo a morte, il Grande Inquisitore lo interroga con lucido e spietato vigore. Cristo è condannato una seconda volta: l’Inquisitore gli imputa la grave colpa di aver risvegliato nell’uomo la coscienza e il libero arbitrio. Chiamato a difendersi, in risposta alla concitata accusa, Cristo regala il suo implacabile silenzio e compie un solo gesto risolutore: bacia sulle labbra il Grande Inquisitore. Il bacio del padre al figlio, il più grande gesto d’amore dell’amante all’amato. Cristo infonde nell’uomo la quintessenza dell’amore, suggerendogli l’unica soluzione possibile: amare il prossimo. Il Grande Inquisitore, attonito, lo lascia andare ma lo ammonisce di non tornare mai più.
Per questa messinscena non c’è un tempo definito e nemmeno un luogo (si è voluta togliere infatti la contestualizzazione in Spagna all’epoca dell’Inquisizione). C’è il passato, c’è il presente, c’è il futuro. L’uomo che rappresenta l’autorità interroga Dio, rivendicando che l’essere umano, proprio perché mortale, non ha bisogno della libertà, quanto piuttosto della protezione e dell’autorità. L’uomo crede al pane, non al pane celeste ma a quello di cui necessita quotidianamente per sfamarsi.
In scena due attori armati dell’urgenza di raccontare le parole così attuali del grande scrittore russo: il Grande Inquisitore e Gesù. Quest’ultimo fa da contraltare all’interrogatorio incalzante con la propria enigmatica presenza muta supportata dal suono pulito e dolce di una chitarra. - “NOM - Non Omnis Moriar”
Spettacolo scritto e diretto da me e interpretato da me e da Cristina Pulli. Già rappresentato a Milano, Zurigo, Monza
Lo spettacolo parte da una riflessione sui classici latini e greci, Cicerone, Platone e Seneca, per verificare quale attualità possano avere oggi. Rileggendoli mi sono trovato di fronte a insegnamenti sull’amicizia, l’amore e il senso della vita. Nel nostro presente fatto di incertezze e di precarietà quegli insegnamenti possono ancora avere un senso? Sono in grado di abbattere il muro di silenzio che ognuno di noi si è suo malgrado costruito?
Lo spettacolo parte dal quotidiano, dalla realtà semplice nella quale ciascun essere umano può identificarsi: un uomo che aspetta un treno. Mi sono divertito a inserire una variante accidentale: il ritardo del treno in questione. A questo punto il pubblico capisce che chi aspetta il treno in realtà non vuole andare da nessuna parte e quel treno lo aspetta solo per buttarcisi sotto in un goffo tentativo di suicidio. Per una coincidenza (o forse no) arriva un’altra persona che instaura con l'uomo un dialogo comico, ma che lentamente lo porta a scavare dentro se stesso, in fondo ai propri ricordi. Un viaggio interiore non previsto che forse lo porterà a rimandare l'estremo gesto. Il titolo Nom è l'acronimo della frase di Orazio Non Omnis Moriar (non morirò del tutto). Si riferisce al fatto che l’unica forma di immortalità concessa all’uomo è il ricordo delle sue imprese affidato alla memoria dei posteri.
Ma Nom è anche il nome in dialetto milanese, ed è proprio il nostro nome a renderci unici. Cosa esiste di più bello e confortante che sentire il nostro nome pronunciato dalle persona alle quali vogliamo bene? - “Dialoghi con Leucò”, di Cesare Pavese
Lettura eseguite da me e da Lilli Valcepina. Fabiano Casanova al pianoforteCento anni fa nasceva un grande scrittore del nostro Novecento: Cesare Pavese. Scrittore dalle vicende pubbliche e private tormentate. Un intellettuale solo e affetto dal “vizio assurdo” della vita che decise di togliersi a 42 anni. Scrisse i Dialoghi con Leucò pochi anni prima di morire, definendoli qualcosa di buono che aveva fatto, e ne lasciò una copia sul comodino della camera d’albergo che scelse come scenario del suo suicidio. E' un testo che scandaglia la misera condizione dell’uomo costretto a lottare da solo tra la fatica di vivere e il costante fastidio delle cose. Un’opera che racconta magistralmente la morte, il Destino, il senso ultimo della vita, il Sacro e lo scorrere ineluttabile del tempo. Pavese sceglie di affidare questi messaggi a eroi della mitologia greca e latina e ne rivisita il mito, calandolo quasi nella realtà quotidiana e in qualche caso stravolgendolo del tutto.
Tradurre tutto questo in palcoscenico richiede essenzialità e capacità di eliminare il superfluo. Per questo spettacolo solo un pianoforte e le voci di due attori: una maschile e una femminile. L’uomo che dialoga con la Divinità. Le parole che diventano corpo, carne e si fondono con la musica in un connubio indissolubile. Il pubblico si lascia trasportare dal tappeto sonoro di suoni antichi, dalla forza della poesia. Un breve e intenso viaggio a occhi chiusi in compagnia di figure conosciute sui banchi di scuola studiando Omero, Esiodo e i tragici greci. Un viaggio che alla fine lascia, ancora una volta, l’uomo solo, inerme, disarmato di fronte al silenzio impietoso di Dio.